Parlare di consapevolezza a chi consapevole non è, ed è in una relazione disfunzionale, è una narrazione fuori tempo. La consapevolezza non è sempre la chiave per risolvere crisi personali o conflitti di coppia. Quando una relazione vacilla, quando siamo fagocitati dagli eventi, capire ciò che accade non basta per risolvere il problema. Nelle relazioni non conta solo ciò che comprendiamo (a livello cognitivo): conta anche la capacità di stare nella tempesta senza perdersi.

Perché parliamo tanto di consapevolezza oggi

Parliamo tanto di consapevolezza perché il mondo corre e noi dobbiamo correre con lui, apparire centrati, informati, presenti. Viviamo nell’illusione del benessere, tra trend e novità che ci promettono trasformazioni eccellenti, performance strabilianti, mentre noi ci barcameniamo – a mala pena – nella gestione del quotidiano, nelle nostre intime fragilità, con le conseguenti frustrazioni sotto il peso maschere che indossiamo.
Ahinoi, questi sono i tempi che viviamo!

La consapevolezza illumina angoli oscuri, orienta. Ma non è scudo, non salva dall’errore, dal caos delle relazioni. È un faro, ma non è la meta. La verità è che la vita è discontinua e bisogna saper navigare nella tempesta. La consapevolezza non dà garanzia di controllo dell’instabilità, e non garantisce alcuna trasformazione.

Sapere di essere in una relazione tossica non significa sapere come uscirne

Come già detto nel primo paragrafo, la consapevolezza è sul piano cognitivo, ma:

  • il corpo conserva la memoria di traumi, paure e dipendenze
  • l’identità collassata può cercare stabilità anche in legami distruttivi, in posture relazionali disfunzionali.

Nel libro “Il femminicidio non è un raptus” di Editrice Zona, Monica Moro e io mettiamo in discussione l’uso acritico della parola “consapevolezza”: che non sempre libera e ripara e a volte blocca.

Omeostasi relazionale, oltre il controllo

Nel libro, curato nel massimo rigore scientifico da Monica Moro, parliamo di omeostasi relazionale: cioè la capacità di un sistema (persona, coppia, team) di mantenere un equilibrio dinamico anche nei conflitti.

Ciò non significa eliminare/contastrare il conflitto, non significa nemmeno avere il controllo totale ma significa restare in contatto con sé e con l’altro senza far collassare/frantumare/mandare a pezzi l’identità, né la propria né quella dell’altro. L’omeostasi è un processo complesso che intreccia corpo, mente, storia e legami.

Il collasso identitario relazionale (CIR)

Quando l’omeostasi fallisce e l’identità cede sotto la pressione relazionale si attiva il Collasso Identitario Relazionale (CIR).

Nel CIR i confini tra sé e l’altro diventano fragili, si perde la capacità di leggere i segnali emotivi, emergono ansia, dipendenza, perdita di autonomia.

Nel CIR si perde la propria identità adattandosi eccessivamente all’altro. Non è questione di litigi o colpe, ma di dinamiche sottili che erodono autonomia, generano fragilità emotiva e senso di inadeguatezza. Può accadere in relazioni intime, familiari o professionali, trasformando piccoli dissidi in cicli di abuso emotivo invisibile.

Conoscere il CIR significa riconoscerne i segnali e ricostruire confini, equilibrio e autonomia: significa restare sé stessi nello stare insieme

La solitudine amplifica il CIR. Imparare a riconoscerne i segnali è fondamentale (tachicardia, blocchi, ansia) così come nutrire reti di supporto. Il CIR non è un destino, ma è una dinamica che possiamo riconoscere e prevenire.

“Ma se capisco, non basta?”

NO, NON BASTA!
Capire è necessario, ma non basta. Perché? Perché chi è intrappolato in un legame tossico non trova le via d’uscita e vive nell’impossibilità di esistere fuori da quella prigione emotiva. L’altro è diventato il centro e il confine del suo mondo. È solo quando le difese si allentano che la verità entra attraverso crepe improvvise. La verità, si sa, non entra mai dalla porta principale. Solo allora, tra piccoli spiragli, l’essere intrappolato può riemergere, ascoltare se stesso, percepire ciò che accade dentro e fuori. È in quell’attimo di sospensione, quando smette di difendersi, che il ritorno all’autonomia e al senso del sé diventa possibile.

FAQ: Perché la consapevolezza non basta per uscire da una relazione tossica?

Perché la parte cognitiva non scioglie i legami emotivi e identitari che tengono insieme la relazione.

FAQ: Cos’è l’omeostasi relazionale?

È la capacità di mantenere un equilibrio dinamico anche nei conflitti. Si allena coltivando spazi sicuri, auto-verifiche di livello e reti di supporto.

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